Spiga & Madia

Gli obiettivi che spingono da un lato i produttori e dall’altro i consumatori ad accorciare le distanze che li separano (distanza fisica, economica, culturale) sono molteplici, ma in ogni caso il risultato è un cambiamento sostanziale nelle pratiche agricole: i punti chiave di questa alleanza sono la sostenibilità ecologica, la redditività dell’attività agricola, la qualità del prodotto finale e il consumo stesso come esperienza conviviale e qualitativa.

La novità che emerge dalla galassia di pratiche è un cambiamento radicale nel modo di produrre e consumare cibo, di mettere in relazione campagna e città: la possibilità di arricchire la dimensione dell’approvvigionamento di nuove valenze e potenzialità, e anche di ridefinire la funzione dell’agricoltura negli spazi attorno alle grandi città. Un modo di qualificare l’impegno dei cittadini attivi in un ambito non ancora politico ma sicuramente pubblico. Ma più di ogni altro aspetto cambia (nelle filiere agroalimentari esplorate), il modo di concepire i rapporti di natura economica, la struttura gerarchica, le responsabilità e le competenze.

Il progetto denominato Spiga & Madia (madia è un termine lombardo-piemontese per identificare un mobile in legno nel quale si riponevano oggetti e alimenti, spesso il pane) nasce con lo scopo di verificare la possibilità di ricostruire una filiera di pane biologico interamente gestita in un territorio (la Brianza monzese) approssimativo di 50 km di raggio. Promossa da una comunità di “consumatori consapevoli”, costituisce un tentativo di superare la figura del “consumatore” in quanto utente passivo, per approdare a quella di “co-produttore”,  di soggetto cioè che, da un bisogno concreto, fa nascere progetti e ne condivide con il produttore la realizzazione nella condivisione del rischio imprenditoriale.

Le motivazioni fondative di S&M denunciano un percorso di consapevolezza già iniziato ma possono ben appartenere a ogni consumatore.

Spiga & Madia nasce:

  • perché il pane è cibo intrinsecamente evocativo e universale;
  • perché la coltivazione del frumento è molto presente nei nostri territori ma negli spazi intorno alla città è una coltura accessoria e spesso destinato alla industria mangimistica;
  • perché la filiera della farina è una trafila relativamente semplice e gestibile anche in fase di sperimentazione;
  • perché tornare a percepire i territori nella loro funzione alimentare diretta potrebbe aiutare a reindirizzare le politiche di uso del suolo.

I consumatori hanno adottato una forma di progettazione “relazionale”, in cui al centro ci fossero i bisogni, le competenze e le risorse caratteristiche del gruppo di persone impegnato nel progetto. Un processo che comprendesse la verifica dei passi fatti e dei temi via via prevalenti, e l’utilizzo delle esperienze che si sono sedimentate nel tempo.

Nel 2006, attraverso la sottoscrizione un patto scritto, viene formalizzata la relazione tra diversi attori, che hanno in comune pratiche di consumo consapevole, l’attenzione alla salute delle persone e alla conservazione attiva del territorio agricolo nell’area periurbana milanesa: sono un gruppo di consumatori “critici”, una cooperativa agricola biologica e un proprietario fondiario, interessati reciprocamente a innalzare sia la qualità del proprio consumo che il valore delle proprie produzioni e dei terreni. Il patto viene “facilitato” dal Comitato verso il Distretto di e economia Solidale della Brianza.

Nella pratica nel ciclo S&M i consumatori si impegnano a pianificare i propri consumi (in farina e o pane) nell’arco di un anno. In funzione della richiesta effettiva la cooperativa si impegna alla semina di una equivalente superficie di terreno capace di produrre (biologicamente) il frumento tenero necessario a soddisfare i bisogni. Il gruppo di consumatori si impegna inoltre alla copertura di parte dei costi anticipati per la semina, subordinandoli al raggiungimento delle rese attese per ettaro; si costituisce così un fondo di rischio e mutualità tra consumatori e produttori. La cooperativa si impegna alla costruzione di un “prezzo trasparente”, che definisce preventivamente i prezzi riconosciuti ai produttori agricoli partecipanti al patto per tutto l’anno agrario. Del prezzo trasparente finale dei prodotti fanno parte i costi di molitura (che avviene in un piccolo mulino artigianale) e i costi di panificazione, che viene effettuata da artigiani locali secondo metodologie tradizionali che esaltano le qualità organolettiche del prodotto.

La costruzione del prezzo trasparente è un processo partecipato tra tutti gli attori, rappresenta il momento chiave dell’anno, in cui si rinsaldano le relazioni e, data la necessità di approfondire il processo, vengono condivise le diverse competenze. In generale, il prezzo “comunica” anno per anno i costi reali dei diversi attori della produzione, garantendone la corretta remunerazione del lavoro e dell’esperienza. Ai prodotti del ciclo il progetto ha associato un marchio per la protezione del valore intangibile dei prodotti e del valore del lavoro degli attori della filiera.

 

Ci pare importante evidenziare alcuni spunti chiave per la riproducibilità del processo. In primis, quale struttura organizzativa può facilitare il processo di cambiamento?
S&M  ha costituito un tavolo tecnico ristretto. Questo gruppo, le cui cariche ruotano nel tempo, ha il compito in primo luogo di mantenere la buona qualità delle relazioni instaurate e delle motivazioni. Il gruppo tecnico definisce la pre-istruttoria del prezzo trasparente, risolvere i problemi logistici, costituisce l’interfaccia per ampliare la rete di produttori e consumatori, tutela l’uso del marchio. Una scelta più recente è quella di ripensare a una struttura a cui partecipino non più singole persone ma rappresentanti di soggetti collettivi (ad esempio il Gas, la cooperativa, il negozio); questo favorisce la legittimazione istituzionale dei contenuti più politici del progetto e l’emersione dei problemi sostanziali di un universo più ampio di persone.

Proviamo a tratteggiare con maggior dettaglio il modello di S&M. Qual è la strategia distributiva dei prodotti e quale “distribuzione del valore” all’interno della filiera?
Dal punto di vista logistico il progetto, oltre a ridurre il numero dei passaggi tra produzione e consumo vuole:

  • aumentare il valore aggiunto marginale di ogni attore rendendo più armonica la distribuzione del valore lungo la filiera;
  • pianificare la produzione secondo un modello di produzione che definisce in positivo le qualità da produrre nel ciclo agricolo senza “subire” un prezzo imposto e promuovendo la nascita di altri canali di vendita, non convenzionali;
  • distribuire i prodotti assicurando l’integrità etica delle merci, la riconoscibilità dei produttori, delle modalità di produzione e la trasparenza dei costi (il cosiddetto prezzo sorgente) da parte degli operatori coinvolti.
  • (…)

 

In conclusione.

Intraprendere un percorso di partenariato tra consumatori e più soggetti economici di una filiera agroalimentare, significa confrontarsi con problemi complessi, molti inediti anche a chi li propone e di cui quelli con una soluzione “tecnica” rappresentano la componente minoritaria.
La sostenibilità del processo è connessa in maniera sostanziale alla capacità di porre attenzione e cura alla relazioni tra i differenti attori, e a modalità e luoghi in cui trovano sintesi i loro differenti interessi (determinazione del prezzo, distribuzione del valore, partecipazione delle competenze). In questo senso la crescita dei processi descritti è condizionata da più limiti intrinseci:

  • fiduciari, legati alla capacità di gestire relazioni di “qualità” tra numerosi soggetti cooperatori;
  • di competenza, legati alla grande massa d’informazioni che la comunità proponente deve gestire e dominare;
  • di contesto, laddove vengono proposte in una matrice istituzionalmente non favorevole (per esempio, una Pubblica Amministrazione per la quale le pratiche agricole sono componenti accessori delle “politiche del paesaggio”).

Malgrado ciò l’occasione di pianificare filiere territoriali collaborative aiuta ad articolare una nuova accezione del termine “partecipazione al contesto territoriale” per le comunità locali.

Tali pratiche evocano infatti una revisione sostanziale del modello con cui percepiamo le relazioni economiche, modificano la percezione delle funzioni del territorio su cui agiscono, rieducano a competenze e pratiche non più consuete.

Nel loro complesso possono rappresentare la precondizione per la definizione di agende alternative al modello di “sviluppo” (cambiamento) del territorio.

 

Giuseppe De Santis da: “il Capitale delle Relazioni” – Altreconomia Edizioni